Un bizzarro prelievo, e poi tutti a casa! (Cellule Staminali – parte 4)

Ti sto parlando del penultimo giorno del primo viaggio in Israele, a novembre 2014. Nelle radio locali sentivamo spesso questa canzone, pop ma dai connotati mediorientali, che accompagnerà la nostra giornata con le sue melodie allegre.


Ricorda sempre che non sono un medico, quanto leggi in questo sito è solo il racconto di una storia e del mio parere personale. Per informazioni attendibili e per qualsiasi iniziativa devi consultare un medico.


Quel pomeriggio era previsto il prelievo dal midollo osseo dal quale sarebbero state coltivate le cellule staminali da trasferire in mio padre durante un viaggio successivo, qualche mese più avanti.

L’operazione di prelievo sarebbe stata veloce: una lieve sedazione generale e un paio d’ore totali per far rientro in albergo. Abbiamo appuntamento alle 14:00 nel mega centro direzionale sede della clinica principale, ma apprendiamo dopo poco che l’intervento sarebbe stato effettuato altrove in una clinica d’appoggio, sempre in città. Dal centro direzionale un ragazzo ci accompagna su un primo taxi, sul secondo della “carovana” c’è un altro paziente spagnolo già in carrozzina. In una ventina di minuti raggiungiamo un palazzo nella periferia di Tel Aviv: l’ambiente non è sfarzoso come quello del centro direzionale, ad accoglierci un’allegra segretaria che beve caffè e mangia biscotti sbriciolando un po’ dovunque. Non sembra – diciamocelo – una centro d’eccellenza, ecco. Ma ormai siamo lì.

Da adesso inizierà una grottesca serie di episodi.

Cominciamo. Il tipo che ci ha accompagnato con il taxi si cambia d’abito e si mette un camice, dopo di che mi dice che tocca per primo a mio padre e che lui stesso avrebbe fatto la sedazione. Ma come, quello che ci ha accompagnato in taxi? Sì, lui! Non capivo se era un taxista che faceva anche l’infermiere, o un infermiere che faceva anche il taxista. Speravo in quest’ultima ipotesi, ed iniziavo già a sudare freddo. Siamo in sala operatoria, il taxinfermiere prova a pungere mio padre con l’ago, poi si arrende. “Chiamo qualcuno di più bravo di me“, dice sghignazzando e pensando di rassicurarmi. Rido per non piangere: mio padre è sdraiato su di un lettino, a fianco il tavolo con gli strumenti dell’operazione; tra un bisturi e una siringa spunta un tè con un pacchetto di biscotti aperti, lì da chissà quanto. Mi invitano ad uscire – giustamente non volevano testimoni – mentre un altro abbigliato (e spero pure titolato) da medico si appresta a sedare mio padre che mi guarda stupito. Speravamo non fosse l’idraulico del piano di sotto, che prelevasse midolli ossei per arrotondare tra un lavandino intasato ed una lavatrice messa KO dal calcare. In sala d’attesa fa il suo ingresso anche l’altro accompagnatore che guidava in secondo taxi, entra ed esce dalla sala operatoria con fogli in mano e un caffè lungo offertogli alla reception. Con gli spagnoli iniziamo a sorridere del contesto, per sdrammatizzare. “Il taxista entra ed esce dalla sala operatoria come fosse a casa sua“, dice uno, in inglese; “Ma no, mi sa che anzichè in una clinica, in realtà siamo proprio a casa del taxista“, replico io. E giù a ridere.

Passa mezz’ora e mi chiamano per svegliare mio papà, che già parlava male e immaginate l’eloquio dopo una sedazione. E’ agitato e mi fa domande che non riesco a capire. Ci metto un po’, poi comprendo che mi stava chiedendo quando sarebbe iniziato il tutto, così gli spiego che è già stato fatto e lui grazie a Dio sembra star bene. Viene in sala d’attesa sulle sue gambe e attendiamo il turno del compagno di sventura spagnolo. Nel mentre, ci intratteniamo con gli amici che lo hanno accompagnato, scambiamo informazioni ed esperienze ed inganniamo l’attesa commentando la clinica, oramai degna di un film di Paolo Villaggio.

Quando il loro amico esce e viene rimesso sulla carrozzella scendiamo al piano terra e ci dividiamo sui due taxi predisposti dalla sede centrale non senza un filo di malinconia, quasi che ciascuno di noi guardando l’altro stesse pensando la medesima cosa, “chissà come finirà“. A salire con noi è il taxista-infermiere, il quale mi consegna una borsina di plastica mentre aiuta il collega a sistemare in macchina lo spagnolo. Si raccomanda di non smarrire il sacchetto che contiene “the cells“, “i cellulari di qualcuno“, ho pensato. Nella confusione non sono stato lì a ragionarci. Ho realizzato solo due minuti dopo che quei “cells” non erano telefonini, ma le cellule prelevate a mio padre e al ragazzo spagnolo: le stavo tenendo in mano in un sacchetto della spesa. Ho così ironizzato con gli altri: “con questo trambusto chissà che casino han fatto; al vostro amico tornerà la voce – ma quella di mio padre – e al mio vecchio cresceranno i capelli biondi del vostro amico“. Ci salutiamo tra molti sorrisi e uno sguardo con poche speranze, le nostre strade si sarebbero divise da lì in avanti.

Rientriamo all’hotel, mentre il nostro taxista tiene la borsina tra le cosce. Si ferma a metà strada, scende con il sacchetto in mano e suona un campanello di uno stabile dove lascerà a qualcuno il prezioso contenuto. Ridiamo, perchè non c’è altro da fare. Va detto che, nonostante la situazione tragi-comica, gli interventi sono andati bene e nessuno ha avuto effetti collaterali.

La sera io e mio padre ceniamo nel ristorante indiano a fianco dell’albergo, con un po’ di riso basmati e pollo tandori davvero buoni. Peccato per le porzioni da fame. Andiamo a letto presto, visto che l’indomani ci aspettava l’aeroporto e i controlli stringenti israeliani richiedevano un cospicuo anticipo sui tempi.

Il martedì mattina ci alziamo di buon umore, con la voglia di tornare in patria e lasciarci alle spalle – almeno per un po’ – il discorso staminali che sapevamo essere la mossa della disperazione. Quando dal finestrino dell’aereo vediamo l’Italia, mio padre mi chiede che ne penso di tutto ciò. Naturalmente devio il discorso sugli antibiotici che stava assumendo da poche settimane: era quello su cui dovevamo concentrare l’attenzione, con l’auspicio di non dover nemmeno rivedere Israele, per lo meno non per fare le staminali.


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