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SLA e Covid19 – Chiusure RSA e sofferenze, sono ancora indispensabili? (parte 5)

La domanda nel titolo di questo post non è retorica: ho il mio pensiero ma anche l’umiltà di riconoscere che non faccio il medico, nè l’epidemiologo e – pertanto – potrebbe esserci qualcosa che mi sfugge e che se messo sul piatto della bilancia, questo pesi drammaticamente più di ogni altro aspetto.

(Ti consiglio di seguire dall’inizio: parte 1parte 2parte 3parte 4)

Sono ormai quasi 3 mesi che non vedo mio padre, come spiegavo negli articoli precedenti. La struttura che lo ospita è sempre più blindata, alla faccia del tanto agognato vaccino che ci avrebbe gradualmente restituito la normalità. Per non parlare di quel patetico spot pubblicitario (poi ritirato) che mostrava un anziano e sua figlia divisi da una tenda di cellophane fino a quando – grazie al salvifico siero – questa iniziava a sollevarsi fino a venire estirpata da un vento impetuoso, metafora della puntura magica che stava per inocularsi sulle spalle degli ospiti delle RSA.

Sonore balle. Clamorose stronzate cui tutti, io per primo, abbiamo abboccato come pesci. I fatti, ahimè, dimostrano l’opposto: da quando personale e degenti sono vaccinati, regole e restrizioni si sono ulteriormente inasprite. Ti ricordo che io, in quanto caregiver di un malato di SLA gravissimo, ho potuto accedere sempre per tutto il 2020 (con speciale permesso, percorso interno, mascherina, sanificazione delle mani) ed eseguire il mio “lavoro”. Sì, perché il caregiver è un lavoro. Gravoso, senza ferie, senza orari, senza retribuzione: lo fai di cuore, verso la persona cui dedichi la tua vita.

Dedizione che sono stato costretto a sospendere proprio con l’arrivo del vaccino, e questo ben testimonia l’assurdità del contesto generale in cui ci troviamo intrappolati. Te lo ripeto: da quando là dentro sono tutti vaccinati, i divieti sono molti più di prima. Non entro e potrò farlo solo quando – spero il più tardi possibile – mio padre dovesse trovarsi in punto di morte. Attenzione, però, anche in questo caso non sarei riammesso come nel 2020, quando il Covid imperversava e di vaccini manco l’ombra (e non mi riferisco alle prime settimane dell’emergenza, in cui ancora si dovevano prendere le misure al problema). Potrei accedere soltanto per un tempo limitato, indossando dei ridicoli calzari di nylon, il camice e quell’oscena cuffia, si sa mai che io possa avere del Sars-Cov2 appiccicato ai miei capelli ingellati, pronto a saltar giù dalla mia testa alla prima occasione utile per poi scorrazzare indisturbato tra le corsie dell’ospedale. Fondamentali anche i calzari: il virus potrebbe aggredirmi da una piastrella del pavimento mentre sono al capezzale di mio padre, arrampicarsi per le stringhe delle Nike per risalire furtivo i miei jeans come un salmone in un torrente, ed annidarsi sotto la fibbia della cintura per poi spargersi al di fuori del nosocomio.

Se tutto ciò non rappresentasse una situazione drammatica per chi la vive da ostaggio, ci potrei costruire una sit-com. Nelle strutture sanitarie di tutta la penisola, con personale e degenti stra-vaccinati, nessuno può entrare e pure chi come me ha avuto accesso continuativo per tutto il 2020 (per situazioni gravissime, non per privilegio), ora che finalmente c’è il vaccino se ne sta fuori e assiste impotente la SLA fare il suo corso, tramite pietose videochiamate.

Ah, una nota cui tengo: racconto la mia esperienza ma non ho nulla contro l’ospedale che cura mio padre. Hanno sempre dato il massimo e continuano tuttora, sono anch’essi vittime di una situazione generale fatta di vuoti normativi e rimpalli a livello nazionale. Il mio sfogo, pertanto, non è da intendersi verso la singola struttura.

Probabilmente a me mancano le competenze tecniche e rischio di non capire la ratio di tutte queste misure post-vaccino, dal non poter più entrare fino alla necessità di cuffie e calzari qualora accedessi 10 minuti per situazioni emergenziali. Forse solo ora attribuisco peso a quel mantra fastidioso che ci è stato ripetuto dai media a partire dalla primavera 2020: “nulla sarà più come prima”. Era vero. Abbiamo protocolli terapeutici, vaccini che solo pochi mesi fa erano un miraggio, eppure i fatti dimostrano che stiamo procedendo al contrario: più restrizioni fino al ridicolo o, in verità, al disumano. A nulla valgono gli studi – ad esempio – che ridimensionano il rischio di contagio da contatto. Oggi che là dentro sono pure tutti vaccinati, devi metterti anche i calzari e la cuffia! Il problema nemmeno si pone, in realtà, visto che non si entra.

Agli amici che mi consigliano di spingere per farmi vaccinare, rispondo di non farsi pie illusioni. Mi è già stato confermato ad ogni livello che – sia fossi guarito dal Covid ed immune, sia mi avessero vaccinato – sarei nella medesima situazione: interdetto dalla struttura e mio padre blindato ad attendere non so cosa. La mia immunizzazione non sposterebbe la questione di un millimetro, pertanto preferisco lasciare il vaccino a qualche 80enne che ancora aspetta.

Lo scrivo in queste pagine con tutta la speranza di essere smentito (dai fatti): non si torna più indietro. Pensate veramente che potrò riprendere a fare il caregiver? Suvvia. E’ arrivato il vaccino e mi hanno chiuso fuori, dopo di che hanno reso obbligatorie inutili tute di plastica anche per visite eccezionali, e qualcuno davvero ritiene che in tempi ragionevoli potrò ritornare ad occuparmi di mio padre come ho sempre fatto (pure in piena emergenza)?

Te lo dico io come finirà, e questa è la migliore delle ipotesi: tra settimane o forse mesi – e solo se sarò vaccinato ed immune – mi ridaranno un accesso di un quarto d’ora per entrare e salutare mio padre, a debita distanza ed avvolto in un sudario sintetico. Fine della storia. Non ci sarà nient’altro.

Probabilmente parlo più con il cuore che con la testa, può essere, ma a me pare che abbiamo perso la brocca. Sono saltati tutti gli schemi, non c’è più alcuna razionalità. Pensate anche agli anziani, senza scomodare la SLA, che non possono vedere un figlio se non dietro quella diavolo di tenda di plastica e con i minuti contati, proprio come avviene in un carcere! Mi riferisco, naturalmente, ad anziani già vaccinati, per i quali le misure preventive sono rimaste invariate, divenendo ormai punitive ed insensate.

In questi giorni – per fortuna – la questione RSA e ospedali per medio-lunga degenza ancora sigillati sta finalmente guadagnando visibilità sui media e mi aspetto qualche allentamento. Non ho però alcuna fiducia, lo ammetto, nel buonsenso e nell’intelligenza di chi decide dall’alto. Cito a memoria un giornalista di cui sto leggendo alcuni libri, dice più o meno così: “l’Italia è un paese dove l’ipertrofia normativa schiaccia e soffoca cittadini ed imprese, e dove – da sempre – vi è l’ossessione di normare e regolamentare ogni aspetto della vita.” Ha ragione da vendere e ritengo sia già ben delineato a cosa andremo incontro quando sarà concesso di visitare il nostro parente in carcere. Pardon, in RSA. Circolano le prime notizie di qualche rara struttura sanitaria artefice di una fuga in avanti verso le “riaperture”, ma ho ben presto compreso che non ci sia poi molto da festeggiare, visto che tutto ciò rappresenterà la regola da qui in avanti, per un bel pezzo. A cosa mi riferisco? Alle modalità di visita, che ricalcano la burocrazia asfissiante, l’ipertrofia normativa e quell’ossessivo desiderio italico di normare l’impossibile. Per visitare un prigioniero – intendo un degente – c’è una paranoica procedura:

  • visite solo previo appuntamento autorizzato dalla Direzione Sanitaria
  • paziente/degente e familiare collocati agli estremi di un tavolo diviso comunque dal plexiglass
  • arco temporale della visita ristretto e limitato
  • compilare e firmare una serie di carte e dichiarazioni completamente inutili all’accesso (del tipo “Dichiaro di non avere il Covid!“. Secondo te, se uno fosse tanto sprovveduto da entrare in una RSA sapendo di avere il Covid, quando arriva all’ingresso lo dichiara?)
  • indossare una serie di protezioni maniacali e superflue. Capisco la mascherina – e magari non di quelle di tela – ma spiegami il senso della cuffia, ti prego. Se qualcuno può spiegarmi cosa può succedere se entrassi senza cuffia da mio padre vaccinato (come ho fatto fino a 3 mesi fa!), mi toglierebbe una fonte di nervosismo non da poco, poichè non sopporto più questa infinità di misure al limite del grottesco
  • non toccare il paziente (vaccinato) nemmeno con le mani sanificate.

Non penserai mica che potrò entrare e aspirare mio papà, fargli la macchina della tosse o dargli gli integratori?! Maffigurati! Entrerò, penso di sì, ma… una volta a settimana, dedicando più tempo a firmare stronzate e a coprirmi con inutili cretinate piuttosto che a mio papà, che potrò osservare a 2 metri di distanza e fargli “ciao” con la manina, con dietro l’infermiere col cronometro in mano e attento a misurare i miei passi.

Guarda che non ti sto dicendo che il covid non esiste e che bisogna fregarsene, sto solo pensando che – forse – una buona mascherina FFp2, le mani ben pulite e il buonsenso potrebbero farmi rientrare nelle stesse modalità in cui – per tutto l’anno scorso – ho svolto il mio compito di caregiver, senza mai contagiare mio papà (ora vaccinato!). Firme, cuffie, calzari, visiere, cronometri, plexiglass, semafori e linee di demarcazione per me sono follie insulse ed insopportabili dopo che le RSA sono state inondate di vaccini. Così come è inaccettabile, almeno per pazienti in gravi condizioni, il limite orario alla presenza del caregiver: nulla cambia per il rischio di contagio, penalizzi solo l’assistenza al malato!

Eh ma sai un vaccinato potrebbe essere infettato e trasmettere!“. C’è anche il rischio che io possa entrare con una pistola, e allora perchè non mettere un metal-detector e farmi firmare che non sono armato? Ci sono anche (c’erano…), ogni inverno, centinaia di visitatori e parenti che quotidianamente possono portare l’influenza in strutture di anziani e fragili come mio padre, esposti ad un rischio di morte importante di cui a nessuno è mai fregato un cacchio di niente. Lo capisci che siamo tutti matti? Con il Covid ci deve essere il rischio zero, per tutto il resto no, nessuno si è mai preoccupato dei virus influenzali (uccidono fragili e anziani!) portati nei reparti durante stagioni fredde.

Fiducia zero, in questo sistema.

Leggo la norma che in zona gialla non posso andare a trovare una persona più di due volte al dì, capisci in che mondo viviamo? Una regola inutile che nessuno rispetterà mai e che nessuno potrà mai far rispettare: allora perchè farla? Perchè perderci tempo, scriverla, discuterla? L’altra sera sentivo in tv che in spiaggia, quest’estate, si dovrà entrare ed uscire con percorsi separati. Pensaci, pensa ad una spiaggia o uno stabilimento balneare e alla differenza di rischio tra entrare e uscire senza il senso unico. Ma basta, basta con queste scemenze! Chiudo il capitolo dei miei nervosismi balneari, ripensando che – in fin dei conti – siamo quelli che per più di un mese, 365 giorni fa circa, macchinavamo del plexiglass tra gli ombrelloni. Poi non è stato messo, ok, ma il solo discuterne per settimane è grave!

In un mondo così, davvero tu pensi che rientrerò regolarmente da mio padre a fare il caregiver e non la bella statuina?

Per favore, svegliatevi dall’incubo. Cuffie, plexiglass e appuntamenti in una RSA di vaccinati sono misure carcerarie. Oppure le 3 ore al giorno – anzichè 6 o 9 – per un caregiver di un malato grave di SLA non cambiano il rischio di contagio, sono soltanto paranoie che gravano su chi è già disagiato e colpito dagli eventi della vita. Vi prego, basta! Poche regole, chiare ed efficaci. Una bella mascherina potente, un ingresso per paziente, controllo temperatura (inutile ma fa scena ed è veloce, quindi lasciamoglielo), finestre aperte quando possibile, disinfezione delle mani all’ingresso e – se proprio vogliamo strafare – tamponi rapidi periodici o “pass” per visitatori guariti e/o vaccinati.

Piantiamola lì con cervellotiche puttanate come firme, moduli ogni volta, cuffie, occhiali, fascia di 3 ore e non di più (per i gravi, almeno). Lo so, è un sogno.

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