Ti parlo di una interessante e recentissima pubblicazione (link). Quando l’ho letta mi è subito venuto in mente cosa scrivevo nel 2015 a proposito di alimentazione e SLA, puoi controllare tu stesso nella cronologia degli articoli su questo blog. In sintesi, affermavo che – secondo me – la migliore alimentazione possibile vedeva una riduzione dei carboidrati da cereali e degli zuccheri, in favore di grassi buoni e proteine, come carne (non troppa rossa, e non troppo lavorata) e pesce. Naturalmente promossa la verdura. Propendevo – pur detto in maniera un po’ grossolana – per una dieta chetogenica, che è poi quella che feci seguire a mio papà dal 2014, fin quando possibile. Attenzione, non ti sto dicendo nè che ero un genio capace di prevedere il futuro (le mie idee di allora si basavano sulle informazioni che “scovavo”, non che sognavo), nè di aver avuto per forza ragione poiché la pubblicazione che stiamo per vedere accende semplicemente un riflettore sul tema SLA e dieta, ponendo una base per successivi approfondimenti da parte degli scienziati.

SLA, dieta chetogenica e digiuno intermittente: il programma seguito dal paziente

Preciso subito che si tratta di un “case-report”, i ricercatori riportano cioè quanto avvenuto in un singolo caso. Non siamo quindi di fronte a conclusioni granitiche e definitive, nè su larga scala, bensì a un caso ritenuto degno di nota e dal quale – prima di giungere a verità consolidate – devono seguire ulteriori studi. Si parla di un tizio con SLA ad esordio bulbare (quella mediamente più veloce, anche se dalla descrizione non mi sembra – a naso – che gliene sia capitata una tra le peggiori. Direi una bulbare “non così veloce”, ecco) e sintomi come disartria, difficoltà a deglutire, debolezza ad alcuni arti, ecc.. Il soggetto rifiuta il riluzolo, così gli propongono 18 mesi di dieta chetogenica con digiuno intermittente. Ovvero? Due soli pasti al giorno con grassi (buoni), carne, pesce, verdure e pochissimi carboidrati. Mangiare a sazietà, senza l’ossessione del contenere le calorie purchè provenienti dai cibi consentiti dal regime alimentare. Per digiuno intermittente si intende che ognuno degli unici due pasti giornalieri poteva durare al massimo un’ora: ciò significava restare a digiuno per 22 ore su 24.

Perchè gli è stata proposta tale opzione?

I medici che firmano la pubblicazione spiegano che dietro la proposta di dieta chetogenica con digiuno intermittente a questo paziente SLA, c’è ovviamente un razionale: impiegare un determinato regime alimentare per stimolare i mitocondri e per un più favorevole bilanciamento nello stress ossidativo. Questa, a grandi linee, la composizione della dieta: 60% grassi, 30% proteine, 5% fibre e 5% di carboidrati.

Risultati

Dopo 18 mesi, i ricercatori riportano risultati interessanti. Niente miracoli incredibili, ma una serie di indicatori (misurati con precisione, non tanto in base alla sensazione del paziente) che aprono uno spiraglio tutto da studiare. Il tizio viene monitorato prima, poi dopo 6 mesi, dopo 12 ed infine dopo 18. La scala di disabilità ALSFRS-R migliora del 7%, è un bel dato considerando i 18 mesi – che pochi non sono – e che di solito, ben che vada, non peggiora troppo velocemente. Dai 42 punti di partenza, ci si aspettava di arrivare a circa 24 punti e non certo a 45. Un risultato che merita attenzione. Peggiorano alcuni testi sul movimento, a livello respiratorio alcuni parametri declinano mentre altri registrano significativi miglioramenti. La deglutizione rimane stabile. Migliorano i parametri della cosiddetta QoL (qualità di vita) e della stanchezza percepita. Lieve declino per il peso corporeo, ma parliamo pur sempre di un anno e mezzo e con una bulbare – anche se non sembra essere tra le più severe – c’è da farci la firma. Assenza di effetti collaterali dovuti al regime alimentare adottato.

Conclusione

Questa pubblicazione su Frontiers (rivista scientifica conosciuta) deve propiziare un serio approfondimento sul tema SLA, dieta chetogenica e digiuno intermittente. Il singolo caso oggetto dello studio ha registrato una progressione certamente anomala – in positivo! – con una sostanziale stabilità su cui era francamente azzardato scommettere. E invece…! Certo, come spiegano i ricercatori, è necessario verificare su più larga scala anche perchè – aggiungo io – non è la prima volta che leggo o sento di pazienti in cui la progressione ad un certo punto rallenta drasticamente per chissà quali motivi, a volte magari indotti da qualcosa, altre volte casuali. Casi rari, ma le eccezioni esistono e non sempre hanno una chiara spiegazione. L’unico modo per far luce è studiare ancora, con un monitoraggio preciso effettuato su più pazienti, per capire se al tizio è solo andata di culo (a qualcuno capita) o se dieta chetogenica con digiuno intermittente ha un senso per aiutare a reggere. Se devo dirti la mia, per quel poco che vale, credo che tale combinazione possa avere un effetto, di entità variabile da caso a caso. Vedremo cosa ci dirà la scienza.

Nota bene: perchè “no al fai-da-te”

Conosco lo stato mentale di un paziente o di un suo familiare: spesso si effettuano tentativi sulla base di qualche testimonianza o studio, anche senza essere informati quanto si dovrebbe. È un errore! Un regime alimentare del genere non è detto sia adatto a tutti e richiede un controllo medico periodico, anche per evitare – tra i vari guai che possono accadere – una eccessiva perdita di peso (oltre a quella “fisiologica”, tipica dell’atrofia muscolare). Questo mio post ha il solo scopo di mostrarti un caso senz’altro interessante, su cui la scienza dovrà necessariamente indagare prima di trarre eventuali conclusioni che possono riguardare più pazienti.

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