Premessa. So già di averlo ripetuto più e più volte ma è un aspetto a cui tengo, sia per riconoscenza, sia per farti capire bene il contesto: quanto leggerai non è un qualcosa “contro” un ospedale, contro un infermiere o contro un direttore sanitario. Si tratta di un buon ospedale, con persone che hanno sempre fatto il massimo (possibile) per mio padre. Il problema non è questa struttura nè il suo direttore: il difetto, qui, sta nel manico. E’ in alto, nel sistema con la sua accezione più ampia. Ok, ci siamo capiti. Cominciamo.


Se hai seguito il blog in questi mesi, saprai che da fine gennaio 2021 non ho più potuto accedere alla struttura dove è ricoverato mio padre, disabile gravissimo. Non aggiungo, qui, ciò che ho già scritto in passato su quanto io pensi circa tali misure: puoi trovare il mio pensiero nei post precedenti sul tema.

La visita (una settimanale, di 45 minuti) ha due risvolti: quello umano ed emozionale, e quello farsesco, di cui ti parlerò nella seconda parte del post.

Mentre salivo con l’ascensore ho provato una sensazione positiva, quell’energia che mi pervadeva all’inizio di ogni “turno” di lotta a fianco di mio padre, quasi che fossi tornato indietro per un attimo nel tempo. Ebbene sì, sembra incredibile, ma ho trovato del tutto piacevole rientrare in un ospedale. Rivedere mio padre è certamente la cosa più importante, e l’ingresso nella stanza – anche solo per un istante – mi ha regalato momenti di gioia e allegria. Sono emozioni che stridono con il contesto, ma tant’è: quella camera d’ospedale ha rappresentato la mia vita, la mia quotidianità, ci ho lasciato il cuore ma anche il sudore, tutti i santi giorni dal 2015 fino a gennaio 2021. E’ senza dubbio il luogo in cui ho trascorso la maggior parte degli ultimi 7 anni, no stop. Come ho trovato mio papà? Con occhi color sangue, un guaio che si era già manifestato ma che – incredibilmente – riuscii a suo tempo ad arginare con buon successo; ma da quando ci hanno estromesso la situazione degli occhi è peggiorata in modo drastico e cronico, mancando le mie accortezze. Mi ha colpito, però, vederglieli spalancati per tutta la mia permanenza. Non è un’ovvietà, dato che chi ha incontrato questa problematica nella SLA ben conosce la difficoltà estrema di tenere gli occhi aperti quando così infiammati. Mi ha guardato, senza mai distogliermi lo sguardo, e io non ho fatto che ribadirgli la mia promessa: “non ti abbandono, e fosse per me sarei qui ogni giorno come sempre. Farò di tutto perchè ciò accada di nuovo“. Gli ho raccontato del lavoro, dell’Inter, degli Europei, delle ricerche sulla SLA, ma poi tornavo ad insistere sull’argomento che più mi stava a cuore: “non ti abbiamo abbandonato, lotteremo ad oltranza“.

Nel mentre che gli parlavo, con le sue pupille puntate addosso ovunque mi spostassi, ho cercato di svolgere quel minimo striminzito di mansioni che ancora mi sono consentite (non posso più infatti aspirarlo, somministrare integratori, gestire la situazione respiratoria). Gli ho pulito le orecchie con i cotton-fioc, tirando fuori non ti dico quanta roba riempiendo ben 8 bastoncini: la più piccola ed ennesima testimonianza della centralità del caregiver. Dopo di che ho scoperto che nel mio armadietto avevo lasciato il trattamento che usavo ai “bei tempi” per gli occhi, e mi sono azzardato a farglielo ben sapendo che una applicazione a settimana non potrà ribaltare una condizione tanto severa.

Il tempo è volato, d’altronde avevo solo 45 minuti (lo 0,44% della settimana di un paziente che necessita di assistenza continua), gentilmente estesi a 60… Me ne sono andato a fatica, ribadendogli che sarei tornato quanto prima e che, fuori da quelle mura, continuerà la mia battaglia di persuasione per rientrare come e quanto la sua sfortunata condizione meriti.

Ora mentre scrivo provo un coacervo di sensazioni: la felicità di averlo rivisto, di avergli ripetuto le mie promesse, ed al contempo una rabbia colossale per quanto lui e i malati come lui stanno subendo non tanto per i rischi del Covid, quanto per tutelare la posizione di chi ambisce – sua sponte! – a ruolo e stipendio di Direttore Sanitario, a patto di avere le responsabilità di un edicolante, passando con un’asfaltatrice sopra al buonsenso e alla condizione di ammalati e disabili. Non ce l’ho col Direttore in sè, che mi pare anche una brava persona, sto parlando in generale visto che altrove la situazione è la medesima. I momenti di felicità hanno già lasciato spazio a preoccupazione, frustrazione ed una infinita tristezza. Andarmene sapendo che resterà da solo per il 99,56% del resto della settimana (questo, infatti, è il beneficio delle riaperture farlocche delle RSA), mi ha spezzato il cuore. Me lo aspettavo, certo, ma fa un male cane per me e, figuriamoci, per lui. E’ un eroe e se c’è un Dio, spero possa Egli perdonare ciò che gli si sta facendo passare.

La farsa

Ciak, si gira – Provo a sdrammatizzare, altrimenti la rabbia rischia di esplodere, e ti racconto le scene che ben delineano la farsa e la presa per il culo cui tutti siamo obbligati a sottostare, in nome di una fittizia prevenzione del rischio che – di fatto – punisce solo i deboli come mio padre e le famiglie perbene come la nostra, che non solo non mordono, ma si fanno riguardi persino ad abbaiare.

Faccio ingresso al piano terra, dove una assistente bardata di nylon mi dà il benvenuto facendomi firmare delle scartoffie completamente inutili. Tipo che non ho il Covid, che non ho avuto contatti con persone con il Covid, che non ho la diarrea (sul serio) e altre amenità simili. Secondo te, se uno avesse avuto contatti (noti) con positivi, si recherebbe in ospedale per una visita a un parente? Se ne starebbe a casa, oppure, se si presentasse in malafede, di certo non te lo dichiarerebbe. Vabbè, firmiamo a occhi chiusi e caliamoci nella parte.

Subito dopo inizia il processo della vestizione nell’era del vaccino (pre-vaccino e in piena pandemia, te lo ricordo, entravo ogni giorno all-day-long, con sola mascherina): dapprima i calzari copriscarpe, poichè nel parcheggio assolato con l’asfalto rovente avrei potuto calpestare Sars-Cov2 e portarmelo sotto le suole; poi la cuffia, non sia mai che il virus possa essere annidato tra i miei capelli, pronto a balzare su mio padre (vaccinato) come un ghepardo su un’antilope. Infine il camice indispensabile, poi guanti e mascherina FFP2 (la sola misura che a mio avviso abbia senso, il resto sono costumi di scena, almeno per un caregiver – non un operatore – che sta a contatto di un unico paziente che per giunta non interagisce con altri ospiti).

A questo punto non mi resta che prendere il solito ascensore, schiacciare il solito tasto del secondo piano, attendere l’apertura delle porte per dirigermi nella solita stanza di mio padre (la prima all’uscita dell’ascensore, la stessa dal 2015), ma l’addetta mi ferma con una novità: “non puoi (più) salire da solo, devo avvisare l’infermiera che da sopra scenda a prenderti per accompagnarti“. Potrei capirlo se fossi un novizio, ma diamine, ho passato più ore io in quell’ospedale rispetto a qualunque dipendente! Stavo per rispondere che conosco la strada ma mi sono trattenuto, immedesimandomi nella recita per questo ennesimo ridicolo rituale. All’infermiera tocca scendere dall’ultimo piano per prelevarmi, quando onestamente avrebbe potuto impiegare quei 4 minuti di su-e-giù nel fare altro di più utile, poi mi saluta con affetto non vedendomi da un po’. Nel dirmi “andiamo, ti accompagno” le scappa da ridere e le si legge sul volto, pur coperto dalla mascherina, il rendersi conto della pagliacciata cui stava prestando il fianco. Dove pensavano andassi altrimenti, senza l’accompagnatrice? A sgattaiolare furtivo tra le camere, baciando in bocca le nonnine (vaccinate) del reparto? Suvvia. Ah, a proposito di mascherina: non ho francamente compreso come mai io – dotato di green pass – debba tenere la FFP2, mentre il personale porti la chirurgica. Da notare che la stessa infermiera non indossava alcun camice nè la cuffia da doccia che hanno fornito a me. Strano, visto che io stazionerò solo nella stanza (singola) di mio padre, mentre lei è a contatto con tutti i degenti. Evidentemente sono cambiate le cose, da gennaio, ed il personale vive in una bolla dentro la struttura, dorme nel refettorio su una branda e non ha vita all’infuori del nosocomio. Il virus tra i capelli, deduco, potrei averlo io ma non loro (?).

In quell’oretta scarsa in cui ho potuto finalmente stare accanto a mio padre, pur con le mani legate (non hai idea di quanto la cosa mi faccia male: non poterlo aspirare e non poter fare nulla di quel che facevo mi uccide dentro), ho ricevuto due piacevoli visite. Prima un medico di un altro reparto che, conoscendomi, si è fermato a salutarmi. Girava per i corridoi senza cuffia – e questo passi – e soprattutto senza mascherina (!!!), anche se quest’ultima l’ha almeno indossata per entrare nella stanza a scambiare due chiacchiere. La seconda carrambata è invece della caposala, sempre simpatica con me e persona con cui ho ottimi rapporti. E’ stata gentile a fermarsi per darmi il bentornato e chiedermi come sto, mi ha fatto piacere. Che bello, però, se ci fosse stata una telecamera nascosta a riprendere la commedia. Io incuffiato, incellofanato da testa a piedi e con FFp2 sul muso, lei – invece – con la mascherina direttamente sotto il mento sia mentre transitava nei corridoi incrociando altri degenti (con mascherine sotto la bocca a loro volta), sia nella stanza con me e mio padre. Ero incredulo, avrei voluto gettarmi a terra e – piegato dalle risate – chiederle se si fosse accorta di essere in un ospedale con bocca e naso del tutto scoperti, di fronte a me avvolto nel sudario sintetico e sorvegliato a vista. Vi sono senz’altro più “mascherati” in un supermercato che in quel reparto di degenza, nel quale però non si può entrare se non con il contagocce, per il rischio Covid. E ti assicuro che le testimonianze che sto raccogliendo in giro per l’Italia segnalano mediamente la stessa situazione: il problema non è in questo singolo ospedale che – anzi – posso affermare aver gestito la fase emergenziale con serietà.

Capisci perchè dico che è tutto grottesco e ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non fosse che stiamo sputando addosso a malati già violentati dal destino? Spiegami quale rischio Covid avrebbe comportato lasciarmi lì con mio padre – in quella stanza singola – tutta la giornata, vista la mia negatività al virus e la sua comprovata immunità! Spiegamelo, ai fini della prevenzione del contagio, a cosa serve che io me ne vada dopo un’ora anzichè dopo 6!

La spiegazione c’è, la sappiamo: consentire alla struttura di recitare al meglio il copione (all’esterno), incidendo zero sul rischio di contagio e martoriando pazienti disastrati. Quel che interessa davvero non è il bene del malato o la “Quality of Life”, come scrivono in inglese sulle pubblicazioni o in convegni inconcludenti, ma che il Direttore Sanitario possa continuare nel suo ruolo e con il suo stipendio, mantenendo però le responsabilità legali di chi gestisce un’edicola. Peraltro davvero un bello spot per il vaccino: da un lato la litania che è “sicuro ed efficace“, e nel concreto si comportano come fosse acqua fresca.

Qualcuno dirà: “eh ma devi capire le responsabilità di un direttore sanitario…”. E’ vero, lo capisco, ma mentre questi poteva scegliersi un altro mestiere meno rognoso, mio papà un’altra malattia meno rognosa non ha avuto la possibilità di sceglierla. E bisogna anche capire, ogni tanto, cosa significhi vivere con la SLA addosso, boccheggiando perchè non c’è tuo figlio ad aspirarti.

Isolato dagli affetti “per precauzione”… e circondato da estranei con la chirurgica sotto il mento. Avete rotto il cazzo.

Ah, direttore, sappi che non ce l’ho con te. Sei una brava persona e ti capisco (più di quanto tu possa capire la vita con la SLA), ma te lo devo dire, prima o poi: mentre tu sei preoccupato di farmi incellofanare e che io – negativo e a contatto soltanto con mio padre vaccinato – possa spargere Covid nel tuo ospedale, sappi che hai i tuoi dipendenti che girano per le stanze con la mascherina sotto il naso. Sveglia, che poi c’hai paura del focolaio!

Papà, ti voglio bene. Perdonaci.

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