Quella volta in cui ho sentito di avercela fatta

Ultime settimane di ottobre 2014, la SLA bulbare di mio padre aveva esordito con una misteriosa e sinistra voce nasale a gennaio di quell’anno. Era un periodaccio, la Sclerosi Laterale Amiotrofica si stava già manifestando più o meno chiaramente: fascicolazioni, difficoltà di deglutizione e di deambulazione erano in crescendo. Mio papà, quell’autunno, conservava comunque una discreta autonomia fisica. Da aprile 2014 – la SLA era solo in odor di diagnosi – avevo iniziato ad interessarmi della pista infettiva, con particolare riferimento al batterio della Borrelia di cui ho diffusamente parlato nel blog: era forse l’unica chance di uscire dall’incubo SLA nel senso vero e proprio. Dopo mesi di studio, di visite inutili, giri per ospedali e sfiancanti perdite di tempo (non c’era il mio sito da cui attingere e andare al sodo in 25 minuti), eravamo riusciti ad appurare che una possibilità su un miliardo mio padre l’aveva. Per una serie di motivazioni già trattate, optammo per tre settimane in una clinica tedesca specializzata nel campo.


Ricorda sempre che non sono un medico, quanto leggi in questo sito è solo il racconto di una storia e del mio parere personale. Per informazioni attendibili e per qualsiasi iniziativa devi consultare un medico.


La struttura non offriva ricoveri nè posti letto, vi si entrava la mattina per uscire a metà pomeriggio dopo una serie di trattamenti (alcuni utili, altri a mio avviso meno) tra cui la somministrazione di antibiotici, finalmente sotto la guida di medici esperti in quel genere di infezioni.

Avevo riservato una stanza in un albergo poco distante. Mi ero ambientato alla svelta nel mio ruolo di accompagnatore ed interprete, mentre mio padre si sottoponeva ai vari trattamenti previsti dal programma ero riuscito persino ad avere il permesso di usufruire della palestra per tenere in allenamento i pettorali. Anche lo spirito va curato ed una delle mie attività in quelle settimane era la preghiera. Una preghiera “speciale”.

Devi sapere che venivamo da anni difficili e non mi sembrava possibile che il Signore – di fronte all’eventualità di una SLA in una famiglia già provata dagli eventi – non stoppasse tutto, come per dire: “no, questa no, fermiamoci qui!“. Sono stato superficiale ed egocentrico allo stesso tempo: perchè mai il buon Dio che non ha fermato l’olocausto, le guerre, la fame e le disgrazie planetarie, avrebbe dovuto intimare l’alt al treno delle sfighe che ci stava travolgendo? Incredibile che per un attimo lo abbia pensato, ma il binomio fede+disperazione è capace di tutto. Per non impazzire, mi sforzavo di intravedere una opportunità in quel labirinto di dolori, fantasticavo vi fosse una scappatoia e stesse a me scovarla. Mettici che un’amica, alcuni mesi prima, ci regalò la “Novena della Madonna che scioglie i nodi” e aggiungici che mesi dopo, quando decidemmo di andare a cercar fortuna in Germania, scoprii che quella novena era ispirata ad un quadro che… indovina dov’era? Proprio in una chiesa di quella stessa città tedesca! Cioè dai, anche ad essere uno coi piedi per terra, da una coincidenza così il tuo inconscio si costruisce segni della Provvidenza grandi come una casa e finisci per montarti la testa. Bene, mentre i tedeschi pompavano azitromicina nelle vene di mio padre, io passavo un’ora in raccoglimento a sgranare il rosario recitando la Novena. Ogni giorno. Me ne procurai anche la versione originale in tedesco, la recitai pure genuflesso di fronte al dipinto: vis-à-vis e in lingua locale magari poteva potenziarne gli effetti.

Prendemmo ben presto i ritmi di quei 21 giorni di soggiorno, la routine non era neanche male: colazione in albergo, breve tragitto verso la clinica, io facevo palestra e recitavo novene, lui antibiotici endovena, saune a infrarossi e fisioterapia. A metà pomeriggio rientro in hotel: lasciavo mio padre in camera per lavarsi e guardare le mail di lavoro dal portatile (non potendo più farsi capire al telefono, scriveva dal Pc) e io me ne facevo un giro per Augsburg. Mi piaceva, era l’occasione per starmene da solo mezz’ora, passeggiare e raggiungere la chiesa del quadro della Madonna che scioglie i nodi, come per stalkerare la Vergine: “ehi, guarda che siamo qui, adesso non è che pretendo risultati in 2 giorni ma magari dacci un segno, mostraci una inversione del trend…no?“.

La vedevo dura, ma ci credevo: vi erano gli estremi razionali, il resto lo faceva la spinta poderosa dell’anima alla disperata ricerca di un appiglio. Dalla mia contavo anche sulla statistica: nell’ultimo decennio ci erano piovute addosso sfighe così grandi ed in serie – pur sempre nella nostra dimensione di uomini nati in Occidente – da ritenere che, sulla ruota della sorte, il turno del colpo di fortuna fosse ormai prossimo. Quale migliore occasione? Tra l’altro, nei rarissimi casi di malattia di Lyme scambiata per SLA, quando ti gira bene possono bastare anche 10 giorni di antibiotico per registrare chiari segnali di ripresa; ergo un primo timido responso – bello o brutto – lo avremmo avuto nel breve.

Siamo a circa metà del percorso in Germania, come ogni pomeriggio rientriamo dalla clinica per una doccia in hotel. Faccio i miei due passi per Augsburg, mio papà si riposa un’ora a letto: era sì autonomo, ma camminare cominciava ad essere rognoso. Andavo dall’albergo alla vicina stazione dei tram in una piazza modernissima nel centro cittadino; da lì imboccavo una via, curiosavo le vetrine e lodavo – tra me e me – l’efficienza del mondo teutonico ed i prezzi di diesel e benzina sui cartelloni dei distributori. Sono quasi le 20 quando prendiamo l’ascensore che ci conduce al garage sotto la reception per prendere la macchina e spostarci in uno dei due ristoranti di riferimento per le nostre cene.

Ricordo la scena come fosse di stamattina. Sono già al volante, mio papà lentamente sale in auto lato passeggero. In ascensore avevo notato qualcosa ma – converrai – venticinque secondi non sono giudicabili. Partiamo e lungo il breve tragitto percepisco sui miei avambracci la pelle d’oca. Faccio finta di nulla, attendo l’avanzare dei minuti in conversazione. La scarica di brividi positivi che avvertivo aumentava. Sì, mio padre stava parlando come fosse guarito, scomparso come d’incanto quel timbro nasale che da gennaio era stato ingravescente senza mai alti e bassi, era inconfondibile, una costante. A ottobre di quel 2014 la sua parlata era comprensibile solo dopo un certo allenamento, irrimediabilmente ed evidentemente compromessa. Qualcosa di grosso, palese, non telefonava nemmeno più perché non riusciva a farsi capire dall’interlocutore. Bene, quella benedetta sera a partire dall’ascensore e fino al ristorante la voce di mio papà era… normale! Perfetta, pulita, timbro nasale azzerato, parole limpide e fluide. Disartria non pervenuta. Si trattava del quarto o quinto giorno di antibiotico endovena e… i conti potevano tornare. Poteva essere – cioè – che la cura antibatterica stesse mandandoci i primi inequivocabili segnali di un lungo percorso verso la vittoria. Ho aspettato di arrivare al ristorante per farglielo presente, prima cercavo solo di ascoltarlo rilanciando argomenti per indurlo a chiacchierare ancora e ancora, dovevo capire se fosse un episodio incredibile o qualcosa di duraturo. Se ne accorse anche lui. Provava lui stesso a parlare il più possibile, a volte piano a volte forte, come quando dai qualche colpo di acceleratore a una macchina che non partiva da tempo e invece, d’un tratto, si riaccende e vuoi esser sicuro non si spenga. A cena mi ritornò anche l’appetito, l’avevo perso da un pezzo. Continuammo a parlare, cercavo di dargli coraggio senza illuderlo, ma – diamine – la cosa era enorme, da prodigio in uno dei TOP santuari. Mio padre mugugnava e farfugliava soltanto, dalla primavera, capisci? Lì, cavolo, eravamo a ridosso di novembre e quella sera siamo tornati indietro di 11 mesi! Non era la sensazione di un minuto, nè l’inganno dell’inconscio disperato, tutt’altro. Che brividi, ragazzi, li avverto anche adesso se ci ripenso: l’illusione – sono sincero – non mi ha mai pervaso, ma i pensieri e le emozioni del risentire la sua voce durante la cena non saranno mai dimenticati.

Questo è il racconto di quella volta in cui ho sentito di avercela fatta. Durò solo due ore, ma fu bellissimo.


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Un pensiero riguardo “Quella volta in cui ho sentito di avercela fatta

  • Avatar
    7 Settembre 2019 in 11:27 am
    Permalink

    Rileggendo la frase “ci erano piovute addosso sfighe così grandi ed in serie” che, per quanto ne so, sono la causa della malattia di tuo padre.
    Sono sempre più convinto che il fattore X implicato nella genesi del 90% delle malattie infettive e/o genetiche sia nella Psiche.
    Quelle due ore di normalità in cui i sintomi della malattia erano scomparsi sono da attribuire alla normalizzazione della sua psiche che ha eliminato lo stress.
    Purtroppo il meccanismo non è sempre identico. In alcune patologie come l’osteoporosi lo stress e’ presente ma non ci sono sintomi quando invece lo stress scompare l’osso inizia a cicatrizzarsi ovvero si autoripara allora incominciano i dolori.
    Nella fase iniziale della leucemia invece non c’è stress, la fase di stress e’ passata.

    Quindi l’osteoporosi attiva,fase in cui si perde tessuto, appartiene alla fase di simpaticotonia, detta fase fredda in quanto il soggetto ha mani e piedi freddi.
    Nella leucemia iniziale ovvero prima della diagnosi invece il soggetto entra nella fase calda detta vagotonia con mani e piedi caldi oppure fase febbrile con debolezza.
    Ricapitolando, la prima appartiene alle malattie fredde mentre la seconda a quelle calde.
    La normotonia invece e’ la fase di normalità.
    Chiariti questi meccanismi psicosomatici,che sono facilmente provabili,possiamo scoprire cose di capitale importanza.
    Ti stai chiedendo cosa?
    Ad es. sapere in quale fase si trovava tuo padre in quelle due ore senza sintomi!
    Domanda: Tuo padre in quelle due ore aveva mani e piedi freddi o caldi?
    Attualmente ha piedi freddi o caldi?
    Da questi dettagli possiamo sapere se questa malattia e’ una malattia fredda o calda.
    Ciò è determinante per sconfiggere la malattia.

    Saluti
    Nex

    Risposta

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