23 gennaio 2016

Da 24 mesi esatti è cominciata la battaglia contro la SLA di mio padre. Da giugno 2015 mi sono aperto all’universo del Web in cui esiste un piccolo mondo popolato di eroi – quelli veri – che ogni giorno si alzano e aiutano altri verissimi eroi a condurre quella guerra spietata che è capitata nel loro midollo spinale. E’ in questo fottuto mondo che ho conosciuto Daniela M. . Mi ha scritto lei, la prima volta, era un pomeriggio di primavera. Si è presentata, voleva sapere qualcosa di più riguardo a me e mio papà. Le ho risposto e poi nulla, per alcuni minuti. Tant’è che – in chat – le chiedo: “dove sei andata?“. Tempo qualche secondo, arriva la replica: “tranquillo sono qui, ferma, immobile“. Ho riso. Questa era Daniela.

Da lì in poi ci siamo sentiti con regolarità, è divenuta per me una confidente e – penso di poterlo dire – lo sono diventato io per lei. Ha speso molto più tempo a chiedermi di me, di mio padre, di come stavamo e di come procedeva il nostro cammino, piuttosto che per raccontarmi della sua malattia e del calvario che da anni stava sopportando. Quando ne accennava era per riderci sopra, ironizzare, dissacrare. In tanti mesi di assidua frequentazione virtuale l’avrò sentita lamentarsi sì e no tre volte, e sempre con incredibile moderazione. Preferiva che le parlassi di come andava la vita a me, e soprattutto amava raccontarmi della sua meravigliosa famiglia: della figlia che stava vedendo crescere e del marito alla quale era legatissima da non so quanto. Li adorava entrambi, profondamente, non faceva che dirmelo. Ogni chiacchierata con Daniela era piena zeppa di risate virtuali, diceva che cercarmi quando si sentiva un po’ più giù del solito – e accadeva di rado – le riportasse subito il sorriso e la ricaricasse della voglia di non mollare. Non era rassegnata, nonostante l’avanzare della SLA era troppo innamorata della vita, merito di un marito ed una figlia che la riempivano di gioie, oltre che di amicizie premurose che la sostenevano con affetto. Ne so qualcosa; e questo pezzo è dedicato anche a loro.

Poche settimane dalla nostra prima chattata, Daniela è preoccupata (penso fossimo tra giugno e luglio 2015) per il progressivo peggiorare del suo esame dell’emogas, mese dopo mese. Sono uno pragmatico, quando si parla di queste cose non trovo grande soddisfazione nell’essere solo un impalpabile conforto morale, vorrei spaccare il mondo e trovare un rimedio mi costasse anche tutto il sangue che ho in corpo, così mi apro con lei su cosa penso a riguardo. Cerco di ingigantire un po’, per darle qualche speranza in più di ottenere un risultato nei 10 giorni che la separavano dal temuto controllo successivo; ma sempre senza esagerare, sapevo infatti ci volesse più un mezzo miracolo che altro. Accetta la sfida con entusiasmo che quasi ci crede più lei di me. Trascorsi i 10 giorni eccola che finalmente mi contatta per condividere l’esito: straordinario, a detta di tutti, medici compresi. Il più sorpreso ero io stesso, di sicuro. Con la sua calma mi dice: “Sei una fava! Guarda che quando me lo hai detto io pensavo davvero di potercela fare“. Quel risultato e la sua felicità sono state per me un grande incentivo nel continuare a lottare per mio padre. E’ uno di quegli episodi incredibili che ti porti dietro per tutta la vita. Abbiamo così continuato a stare in contatto, dalle sue parole ho conosciuto suo marito e sua figlia, mi sembra di saper tutto di loro. Da Daniela ho ricevuto spesso il coraggio di rialzarmi al termine di una brutta giornata, di rifiatare e riprendere il cammino dopo esser crollato tante volte. Non le nascondevo mai il mio stupore: “tu sei malata, e ascolti me con i miei sfoghi? Ma dovrebbe essere il contrario!“. Per lei era naturale fosse così. Fantastica.

Quando oggi ho letto dell’accaduto su Facebook – mentre salivo le scale dell’ospedale per andare come ogni giorno ad assistere mio padre – ho sentito tremarmi pesantemente le gambe. Ho temporeggiato, prima di entrare nella stanza, perchè dovevo asciugarmi le lacrime che non smettevano di percorrermi il viso. Non mi darò pace, l’ho già scritto e lo ripeto. Ci vorranno anni, prima che potrò digerire tutto quanto è accaduto questa notte. E se è così per me – che Daniela l’ho vista solo in foto – non oso nemmeno lontanamente immaginare cosa stiano provando i familiari e le persone che la conoscevano davvero. In questa schifosissima tragedia, ho avuto l’immenso onore di incontrare lei e chi l’ha affiancata.

Non doveva succedere. Avrei infinite altre cose da dire, ma al “non doveva succedere“, poi, mi blocco e ricomincio a piangere. Non lo accetto. Impossibile.

Prima di mettermi a scrivere questo post ho scartato un cioccolatino di quelli con dentro il bigliettino con la frasetta: ci è voluto un istante a decidere che sarebbe stato l’inizio e la conclusione del mio piccolo tributo a questa grande donna. Sembra un segno.

Si conosce l’oro nel fuoco e gli amici nelle avversità

Giacomo Leopardi

Grazie Daniela. Da lassù, aiutaci. Ti prego.

Grazie Andrea e grazie Maty, per quanto l’avete coccolata e sostenuta. Vi ha amato infinitamente, lo sapete già, ma non posso che ripetervelo.

Grazie a tutti gli amici e le amiche di Daniela, grazie di cuore Sara, Tanya, Michela, Cristina, Sabrina.

Dany, per te…

2 Comments

  1. è tristissimo tutto…..
    non servirà ma…
    ricordati che le hai fatto un po’ di bella “compagnia”……
    e non è poco !

  2. E’ vero Donatella, sono sempre magre consolazioni. Ma quaggiù, per molte cose, noi non possiamo fare meglio di questo. E’ tanto, forse, ma mai abbastanza, per noi che viviamo certe tragedie. Grazie del messaggio

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