Sarà il periodo post-feste che induce meditazione? Sarà la vecchiaia dei miei 35 anni? O forse saranno i film di guerra che mi è capitato di vedere recentemente…, di certo non pensavo che avrei scritto un post filosofico con spunti di metafisica.

Quando parlo con chi la SLA la vive da vicino – o perchè malato o perchè familiare – c’è più di un denominatore comune che emerge durante la conversazione. Sofferenza, dolore, disperazione. Ma anche tristezza, angoscia. E poi i risvolti pratici: la vita sconvolta, il tempo libero non esiste più, i problemi economici che la SLA si porta dietro, le preoccupazioni per il futuro. Il dramma di chi muore, quello di chi sopravvive e si trova, in qualche modo, la vita ormai duramente compromessa. Non tutti hanno lo stesso background, ma è vero che dietro una SLA vi stanno tante rogne, non c’è che dire. Ci chiediamo “perchè” e rimaniamo zitti. Ragioniamo ma le risposte, alla fine, latitano.

Ieri sera dopo un bel film sui soldati italiani al fronte di El Alamein (la sonora batosta presa dal nostro esercito in Africa, nella Seconda Guerra Mondiale) mi sono messo a riflettere, nell’improbabile tentativo di dare una spiegazione alle sfighe cosmiche che si sono abbattute in serie ed in crescendo sulla mia famiglia. Non tutti, ma nemmeno pochi, quelli che mi raccontano: “avevamo già i nostri problemi, ed è arrivata pure la peggior malattia del mondo!“.

Perchè?

Perchè siamo sfigati. Chi più, chi meno, ma lo siamo. Il parallelismo che sto per fare è un po’ forzato e va ovviamente adattato a quella che è la nostra dimensione odierna: siamo persone che vivono in un’epoca di sostanziale benessere, nate in un paese occidentale e sviluppato. Eppure noi che abbiamo a che fare con la SLA – e che magari avevamo pure rogne già di per sè sufficienti – siamo un po’ come quelli vissuti in tempi bellicosi.

Una guerra comporta problemi economici, disastri in una insopportabile quotidianità. Ci sono angoscia, dolore, qualcuno che muore e qualcuno che deve sopravvivere ad una morte. Andare avanti, senza soldi, senza più forze, con una famiglia decimata e con la casa distrutta era una realtà comune per chi ha visto la guerra. Non sto dicendo che noi oggi viviamo come sotto i bombardamenti dell’epoca, nè mi azzarderei a fare confronti inconfrontabili. Mi pare solo che, nel nostro piccolo e nella nostra dimensione, noi siamo sfortunati come chi è nato nel periodo storico sbagliato. E’ successo, basta. E succede anche oggi. C’è chi nasce nelle periferie di Nairobi, da una madre che si fa di colla e da un padre che chissà chi è, c’è chi nasce figlio di un industriale e gli gira tutto bene, c’è quello che è bravo ma se la sfortuna colpisse con due spallate tanto per dare una scossetta, finirebbe sotto terra senza essere in grado di riemergere. C’è il figlio del calciatore, che non deve preoccuparsi se non delle sfighe peggiori perchè per il resto è a posto per generazioni. C’è poi la persona normale che magari non gode di chissà quali fortune, e poi ti capita pure una SLA. Ti ritrovi disperato, nel terrore.

Perchè? Perchè la vita è stata disegnata così, a caso. Perchè tu ti scegli le tue azioni, ti prendi le tue responsabilità ma il contesto te lo appioppa qualcun’altro, un po’ come quando giochi a carte e il mazziere le distribuisce. C’è quello che si piglia asso, tre e re, e quello che si cucca un quattro, un due e un cinque. Magari, tra l’altro, nemmeno uno di briscola. Poi hai voglia a dire che la partita la vince il più abile: può anche essere, ma capisci che c’è differenza.

Il mio perchè – alle domande sulle sfighe – io l’ho trovato: mi hanno dato le carte, quelle che sono capitate; a me non stava sceglierle. Posso solo decidere il come giocarle, quello sì.

Certo che sono proprio carte di merda. Fanculo.


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2 commenti

    1. Lo conosco 🙂 Praticamente li ho letti tutti, da allora. Hai fatto comunque bene a postarlo, non si sa mai. Grazie.

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