Scritto la sera del 20 luglio 2021 – Ho un sonno leggero, terribilmente leggero. Ieri notte, per giunta, non andavo a dormire granché sereno. Eppure non ho avvertito io per primo quegli squilli. Mi sono svegliato comunque di colpo, sentendo mia mamma parlare nella sua stanza. Per 5 secondi non riuscivo a realizzare. Guardo l’orologio al polso, erano le 2.30 della notte e la voce di mia madre cominciava a farsi via via più nitida. Non stavo sognando, era sul serio al telefono. La sentivo ripetere: “io parto adesso, vengo lì, posso entrare, ho il green pass”. Non è il momento di fare grandi racconti, non dormo da quasi 24 ore, ma non potevo non condividere con voi il dolore che mi lacera l’anima. Non mi metterò – non ora – a snocciolare insensate percentuali, ma un cenno è giusto farlo: mio papà se ne è andato in quel 6% di tempo che non ero a combattere al suo fianco, ovvero gli ultimi 5 mesi, su un totale di 7 anni e mezzo. Abbiamo vinto tante battaglie durissime, ma questa mattina è arrivata l’ora di dover perdere la guerra. E’ stato un onore conoscervi, condividere con voi gioie e sacrifici di questi incredibili 2748 giorni di fila, lottare con voi e avervi con me.

Papà, ho dato TUTTO. E se quel TUTTO non mi fosse stato tolto, forse saresti ancora qui. Grazie per l’amore che mi hai dato.


Post Scriptum (28 luglio 2021)

Quando a fine gennaio 2021 ci è stato impedito di proseguire in quell’indispensabile assistenza prestata a mio papà per 7 anni, giorno dopo giorno, mi era ben chiaro che – senza una soluzione rapida – la situazione sarebbe degenerata; mi siete testimoni. Mio papà si è trovato solo e disarmato. Come ho scritto fino a ripetermi chissà quante volte, malati come lui non possono essere privati del caregiver, nemmeno nel migliore ospedale. Nonostante il personale abbia fatto il massimo sforzo, lo riconosco da sempre, sapevo che non sarebbe stato sufficiente. Le premure, le attenzioni e gli interventi del caregiver sono decisivi; la morte di mio padre, penso, lo ha dimostrato sul campo. Già dopo il primo mese di isolamento, infatti, sono ricomparsi problemi ormai risolti e dimenticati da molto tempo. Il diabete, poi le infezioni e le difficoltà respiratorie, questi i principali (non gli unici) che via via hanno preso il sopravvento durante il nostro “esilio”. I numeri rendono meglio l’idea: con noi al suo fianco e con le “armi” proprie dell’assistenza del caregiver mio padre ha resistito per 2575 giorni, in una condizione eccellente se rapportata al contesto di una SLA in una variante oltremodo sfortunata (è il giudizio unanime dei medici che lo hanno avuto in cura). Senza di noi, disarmato, la sua corsa è terminata in soli 173 giorni. Non sto sostenendo che – con noi al suo fianco – mio padre sarebbe stato immortale. Nessuno sulla Terra lo è: ne sono ben consapevole, così come lo sono circa la situazione complessa dovuta alla SLA. Rimango però fortemente convinto che – senza l’assurda interruzione della nostra assistenza – non ci sarebbero stati funerali, almeno non venerdì scorso.

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