E’ un episodio che raccontai brevemente, ma non sul blog. Ho sempre avuto paura che qualcuno dell’ospedale in cui era ricoverato mio padre prima o poi capitasse su queste pagine. Ora non ho più questo timore e probabilmente non dovevo averlo nemmeno prima: verso quella struttura – pur rispettando sempre il massimo anonimato – ho solo speso belle parole, è stata la nostra casa per anni e non ho mai nascosto ai miei lettori di avere avuto rapporti eccellenti con tutti e ricevuto il miglior supporto possibile. Con alcuni del personale ho tuttora contatti, anche dal vivo.

L’episodio del post di quest’oggi, tra l’altro, riguarda un medico esterno: l’anestesista proveniente dall’ospedale di provincia, una volta ogni 2 mesi si recava nelle varie strutture per effettuare i cambi-cannula periodici ai pazienti con tracheostomia.

Ricorda sempre che non sono un medico, quanto leggi in questo sito è solo il racconto di una storia e del mio parere personale. Per informazioni attendibili e per qualsiasi iniziativa devi consultare un medico.

Penso fossimo verso la fine del 2020, pertanto già nel periodo Covid in cui anche una situazione disgraziata come la nostra aveva subìto la prima assurda limitazione (colpa non era dell’ospedale, ma del sistema nazionale, l’ho spiegato in articoli dell’anno scorso): 3 ore al giorno di presenza dei familiari. Erano ancora moltissime, rispetto a quanto sarebbe avvenuto nei mesi a venire, ma comunque troppo poche. Riuscimmo lo stesso a resistere piuttosto bene, pur tra mille difficoltà. Questa premessa è propedeutica, per inquadrare il contesto in cui è avvenuto ciò che vado a raccontarti.

L’orario riservatomi per l’accesso quotidiano era fisso, dalle 15:00 alle 18:00. Avevo sospeso l’alternanza con mia mamma; fin lì lei faceva le mattine e io dal primo pomeriggio a sera inoltrata, ma avendo solo 3 ore era bene le sfruttassi tutte io. Non perchè mi sentissi l’eroe della situazione, figurati, ma ero più veloce e riuscivo a fare il massimo possibile, concentrato in 180 minuti. Per quel giorno era programmato il cambio cannula periodico, l’anestesista sarebbe arrivato alle 14:00 o 14:30. Mai era accaduto che non fossimo presenti all’operazione che – seppur banale per chi esegue – non è un gioco da ragazzi per chi deve farsela fare. Se non sei pratico, potresti chiederti perchè un familiare sia così importante: il cambio lo effettua un anestesista professionista e mio padre – tra l’altro – era in ospedale con personale infermieristico. La risposta, se invece sei pratico, te la sarai già data tu a mente prima che sia io a scriverla: l’anestesista fa l’intervento (2 minuti) e se ne va, l’infermiere rimane qualche attimo in più e poi se ne va anch’egli e tu – se sei il paziente – rimani lì da solo con le secrezioni che vengono prodotte in quantità industriale per ore, a seguito del cambio. Ma gli infermieri non è che possono stare ad aspirarti quando serve (cioè spessissimo, specie in queste circostanze), così ti ritrovi a passare ore d’inferno con la cannula piena e l’infermiere che dopo la seconda volta in 2 ore ne ha già le palle piene e sbuffa, anche nel migliore degli ospedali (e per me – lo sapete – il mio lo era sul serio).

Il contesto, pertanto, lo potremmo riassumere così: era il periodo in cui ci avevano lasciato solo 3 ore dalle 15:00 alle 18:00, era in programma il cambio cannula effettuato dall’anestesista che sarebbe arrivato circa un’ora prima rispetto al mio ingresso. Infine, dettaglio non da poco: dopo ogni cambio cannula, mio padre aveva bisogno di essere guardato a vista e assistito senza interruzioni, poichè l’intervento comporta una produzione notevole di secrezioni nelle fasi successive.

Non sarei stato presente come sempre, ma la cosa non mi destava particolari preoccupazioni proprio perchè tutto sarebbe avvenuto poco prima del mio arrivo, il che mi avrebbe consentito – nelle 3 ore a disposizione – di esserci nel delicato post-operatorio che ti accennavo sopra. Conoscevo poi l’anestesista (era venuto un bel po’ di volte), sempre competente, attento e scrupoloso. Una brava persona. Infine, con mio padre vi era il personale che lo seguiva da anni: medico ed infermieri.

Siamo alla fatidica mattina del cambio che sarebbe avvenuto verso le 14:30, ovvero mezz’ora prima del mio ingresso e già partiamo male. Il medico che assiste mio papà dal giorno in cui è stato ricoverato là dentro non c’è. “Vabbè, pazienza” – mi dico “alla fine l’anestesista fa il cambio cannula, l’infermiera darà due aspirate e poi entro io e in 3 ore sistemo tutto per bene“.

Ore 14:55, arrivo nella struttura dove firmo il solito inutile modulo dichiarando di non avere il Covid e poi prendo l’ascensore che come ogni giorno dal 2015 mi accompagna al secondo ed ultimo piano per accedere alla stanza 220. Già pochi secondi dopo essermi staccato dal piano terra, riecheggia il suono dell’allarme della camera di mio papà, ma niente panico: immagino che – come spesso accadeva – l’anestesista fosse stato un po’ in ritardo e pertanto avesse iniziato proprio in quei frangenti. In effetti non mi sbagliavo, una volta di fronte alla 220 trovo la porta chiusa e sento muoversi e parlottare all’interno l’accoppiata anestesista + infermiera. Mi appoggio al muro del corridoio, guardo il telefonino e attendo mi aprano: quell’intervento dura qualche minuto, quindi era ormai questione di secondi.

Macchè. Continuo a sentire l’allarme che ancora va e viene. Di per sè non vuol dire nulla: per effettuare il cambio cannula devono staccare il ventilatore che di conseguenza suona. Un filo di preoccupazione inizia a farsi strada quando siamo ai 10 minuti per una operazione che – lo scrivevo prima – non è mai andata di molto oltre i 2. Rimango comunque tranquillo, finchè vedo una infermiera delle nostre che apre la porta, corre fuori fino in fondo al corridoio e poi rientra in stanza in fretta e furia senza nemmeno salutarmi. Beh insomma, solo dopo mezz’ora escono anestesista e infermiera. Il dottore, ancora incuffiato, si ferma a relazionarmi. “Abbiamo avuto un po’ di problemi a seguito del cambio, desaturazioni importanti, tachicardie. Ci è voluto tempo per stabilizzarlo“. Eh sì, qui un po’ mi spavento, così entro subito e vedo mio padre che pareva gli fosse passato sopra un Tir. Sguardo spiritato, colorito tendente al violaceo, battiti del cuore a mille e saturazione 87 che lentamente arrancava verso gli 88, gli 89 per poi attestarsi a 90 o giù di lì. Non un bel quadretto.

Forse penserai che in quel momento io mi sia spaventato da matti, è proprio lì – invece – che mi calmo. Sento gorgogliare in trachea, butto un occhio sul ventilatore e il quadro è lampante: sta respirando malissimo e fortunatamente il motivo è banale. E’ pieno di secrezioni in trachea (saliva, secrezioni varie, sangue causa operazione)! Una bella macchina della tosse cuffiato e scuffiato, poi aspiratina tattica e la cosa è finita lì in un istante. Cioè, nonostante mio padre avesse un aspetto di uno finito sotto un treno, nonostante gli allarmi ed i valori osceni, mi ero del tutto rasserenato perchè era chiaro come la soluzione fosse semplice e attuabile in meno di un minuto. L’anestesista sostava ancora davanti a me, aveva appena finito di descrivermi la difficoltà nell’aver stabilizzato mio padre e io, con garbo e pacatezza, aggiungo: “Va bene dottore, Lei vada pure, io gli do anche una aspirata e faccio una macchina della tosse“. Pensavo fosse un’ovvietà, era ciò che si era sempre fatto.

Ecco, ora immagina il frastuono di un fulmine che ti cade a 10 metri. Sembravo aver detto la cosa peggiore di questo mondo, come aver bestemmiato (e io non bestemmio) in Vaticano durante uno di quei momenti di silenzio assoluto nella messa di Natale. Non fraintendermi, nessuno si è arrabbiato, anche perchè io ero gentile e sereno, ma l’anestesista ha subito replicato: “Assolutamente no, ci ho messo molto a stabilizzarlo“. Aridaje, in viso era viola, i battiti a centomila e la saturazione era 10 punti in meno “Bella stabilizzata 😀 “, ho pensato tra me e me. E aggiunge: “per almeno un’oretta GUAI ad aspirare o fare macchina della tosse o starà ancora peggio! Nel frattempo io devo cambiare altre cannule qui in ospedale, tornerò fra 45 minuti a vedere, vedrai che si aggiusterà tutto senza fare nulla“.

A quel punto lui esce e si allontana, l’infermiera mi chiede di rispettare le raccomandazioni del dottore, così io me ne sto lì seduto accanto a mio padre che penso stesse già vedendo il tunnel bianco, quello fatto di luce nelle esperienze di pre-morte raccontateci da Roberto Giacobbo su Rete4. Lì mi trovo in difficoltà, perchè io in ospedale mi sono sempre comportato seriamente. Non ho mai creato una sola questione, nè ho mai disatteso regole e raccomandazioni: per rispetto e per non incrinare la fiducia reciproca. Questa era però una situazione davvero sfortunata: ricorderai che quel giorno mancava pure il nostro medico. Ci fosse stato, non ho alcun dubbio che mi avrebbe dato l’ok per eseguire il mio piano (tosse e aspira), ma non c’era!

Che faccio? La stanza di mio padre era proprio davanti alla guardiola degli infermieri, tra un cambio cannula e l’altro l’anestesista tornava lì per compilare moduli e scartoffie varie. Insomma, se mi fossi messo a macchinare, il rischio di essere scoperto a causa dei rumori degli apparecchi era elevatissimo. Mi sarebbe dispiaciuto disattendere le loro indicazioni. Allo stesso tempo avevo davanti a me mio padre che cambiava colore, da peperone a melanzana, e non era un bel vedere. Dopo alcuni minuti, beh sul percorso di stabilizzazione “automatica” previsto dall’anestesista mi sembrava vi fosse francamente qualche ostacolo. La saturazione non saliva di un punto, i battiti invece sì. Mettiti nei miei panni: da due metri di distanza sentivo il gorgoglio in trachea tipico di quando devi aspirare, il display del ventilatore sembrava prendere vita – come in un cartone animato dove gli oggetti ti parlano (la Bella e la Bestia o Alice nel paese delle meraviglie, tipo) – e gridarmi: “Leggimi, leggimi! È pieno in trachea, che diavolo aspetti? Aspiralo!“. In effetti, la personificazione del ventilatore autocostruita dalla mia fantasia aveva senz’altro ragione: se uno è intoppato di roba in trachea, quale stabilizzazione vuoi mai che avvenga se quella roba non gliela tiri fuori? E poi – parliamoci chiaro – era un copione arcinoto, di ogni volta che c’era il cambio cannula: nelle ore successive c’è da aspirare tanto e spesso. Fine. Causa + soluzione erano lì, a portata di mano. Ma puta caso che aspiro, l’anestesista sente ed entra e mi fa una ramanzina, magari va a rompere le balle al direttore sanitario; insomma non era così semplice per uno che è sempre stato al suo posto e si muoveva in punta di piedi, coltivando ottimi rapporti con tutti.

Rimango sulla sedia, mio padre mi fissa con occhi disperati come per sollecitarmi ad intervenire senza attendere un solo secondo in più. Io gli parlavo, spiegandogli di non preoccuparsi perchè per quanto la situazione paresse drammatica la soluzione era lì, ma non potevo ancora attuarla.

AAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHH! AIUTOOOOOOOOOOOOOO! AHHHHHHHHH! AIUTATEMIIIIIIIII, CORRETEEEEEE!!!!

No, non ero io, nè mio padre che dalla rabbia aveva ripreso a parlare (penso ci fossimo vicini, già vedevo il titolo sul sito delle pubblicazioni scientifiche: “ALS Patient and speech recovery after a big anger – A case report“).

Quelle urla vichinghe provenivano da in fondo al corridoio, pensa che ormai non ci facevo più caso. Sì, perchè da settimane avevano ricoverato un signore che, evidentemente, soffriva di problemi psichiatrici. Più volte al giorno urlava di scatto come impazzito, lo potevi sentire persino dal cortile esterno del nosocomio. Poveretto, quando partiva con queste grida, ci voleva almeno un quarto d’ora prima di farlo smettere. Come ho detto? Ci voleva almeno un quarto d’ora, prima di farlo smettere… Ciò significa che… che… un quarto d’ora di urla tremende si sarebbero stagliate nel silenzio di quel pomeriggio ospedaliero, attirando l’attenzione di tutto il personale in servizio.

AAAAAAAAAAAAAAHHHHHH! AIUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!“, continua il tizio. Sento gli infermieri che corrono verso la sua stanza, butto l’occhio nel corridoio, sembro un boss della mala che scruta da un anfratto per capire se stanno arrivando i ROS, e scorgo l’anestesista in procinto di entrare da un altro paziente. Faccio due conti: il dottore deve cambiare un cannula, diamogli 5 minuti abbondanti tra vestizione, operazione, svestizione. Gli infermieri sono impegnati con l’urlatore, a sto giro sembra veramente in forma quanto a corde vocali e non pare voler abbassare il volume.

Vaffanculo, intervengo. Ti prego, cerca di capirmi: cosa dovevo fare? Aspettare che mio padre saltasse per aria? Silenzio l’allarme (così non suona mentre disconnetto per eseguire le manovre), sicuro che i rumori dei macchinari sarebbero stati abbondantemente coperti dal grido di battaglia dell’amico laggiù in fondo.

Apro. Scuffio. Tosse. Cuffio. Tosse. Aspiro. Chiudo. Poteva sembrare la riscrittura (completa) del film Fuori in 60 secondi, con Nicholas Cage. Solo che fuori, qui, in sessanta secondi ci sono finite le secrezioni. Ci sarà stato un quarto di litro di roba, impantanata in pochi centimetri di trachea da un’ora.

Ricollego tutto e mi siedo accavallando le gambe, come se non mi fossi mai mosso. Mi mancava solo di accendermi una sigaretta con nonchalance, ma non fumo. E… sorpresa! I battiti scendono, la saturazione sale fino a 99. Il viso di mio papà torna di colore umano, gli occhi rientrano nelle orbite e lui mi sorride. Dall’inferno al paradiso in meno di 2 minuti.

Lo capisci perchè il caregiver serve anche in ospedale? E se la stessa scena, anzichè a ridosso di quella misera fascia oraria concessami in quel periodo, fosse avvenuta di mattina? Lascio a te e al tuo intuito le risposte.

Ah, dimenticavo. Passata mezz’ora, sento bussare. “Avanti“, dico non avendo idea di chi potesse essere. Entra l’anestesista, prima di andarsene dall’ospedale voleva controllare le condizioni di mio padre. Lo guarda, scruta in silenzio i valori di saturazione e battiti ed infine – soddisfatto – esclama: “Hai visto, te lo avevo detto che andava tutto a posto senza fare niente, altrimenti era peggio“.

Gli sorrido con gentilezza e rispondo: “Eh sì, grazie mille dottore, aveva ragione!” 😀


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